Basta “nonsensi”: urgono appartenenza e bandiere

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Pubblicato: 12:53 - 23 Giugno, 2019


Antonio Torrisi

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Fautore del calcio "romantico", si appassiona al mondo del giornalismo sportivo sin da piccolo, seguendo le telecronache in TV e iniziando così a coltivare il sogni di essere, un giorno, in cabina di commento in occasione di una finale di Champions League.

Dal 2015 entra a far parte di Catanista, avventura che lo porta ad esordire persino in radio: altro sogno nel cassetto, conservato da bambino.
Antonio Torrisi

Non è facile per nessuno, a Catania, risvegliarsi il 23 giugno. Fingere che non sia successo nulla, quattro anni fa: oggi come allora fa male. Oggi più di allora, forse, fa male: ci si è aggrappati al passato, dopo quella data. Il passato è tornato, ma con uomini diversi, che magari ancora non sono riusciti a riportare la Serie B, ma che la vogliono con decisione. E questo si sa. Si è provato a voltare pagina più volte: a fare un passo in avanti tutti, tifoseria e stampa comprese, forti dei ricordi che hanno sempre visto il Catania risorgere dalle proprie ceneri, con la fame d’amore e la sete di riscatto. La verità è che non solo sono passati gli anni e che gli anni ci hanno resi diversi: la verità è che nel frattempo è cambiato pure il calcio.

Nel calcio delle bandiere che soffiano dove tira il vento, dei simboli divenuti “brand” e del marketing anteposto alla passione, c’è davvero da interrogarsi se tutto questo abbia o meno un senso, o se piuttosto a Catania siamo tutti intrappolati in un vortice di “nonsenso” dal quale non riusciamo proprio ad uscire. I tifosi hanno smesso di essere il motore del gioco? Per molti ai vertici di questo calcio sì. Chi sono i tifosi? Sono quelli che devono sostenere o sono quelli a cui dare addosso nei momenti di difficoltà? Servono? Non servono? Quant’è brutta la parola “servire” accompagnata alla passione di chi venderebbe l’anima per dei colori? Eppure è un tema ricorrente, per diverse figure. Ma i tifosi come rispondono? Reagiscono per rabbia, perché vogliono finalmente e giustamente delle risposte: certe volte non comprensibili, certe volte risposte “di pancia”. “Pulvirenti vattene” prima e “Pulvirenti rimani” poi, osannato e baciato al suo ritorno al Massimino per la festa “promozione” in Serie B: lo stesso Pulvirenti che viene incontrato in un confronto chiarificatore dai tifosi dopo l’ospitata in TV. Lo stesso Pulvirenti che, però, prende in giro tutti (noi compresi) sulla base dei fatti: si pente, ammette di aver sbagliato e poi accoglie Pablo Cosentino a Taormina, in uno degli alberghi di sua proprietà. Cosa si pensava, che la notizia non uscisse per caso? Ma nell’era dei social questo è il minimo. Come si concilia il pentimento del proprietario del Catania con la presenza (al di là dei motivi, comunque stucchevole) di uno degli artefici del disastro de “I Treni del Gol”, croce che portiamo ancora oggi sia sportivamente, con la Serie C, che spiritualmente, come una macchia che non andrà mai via del tutto?

E sì, Lo Monaco ha sbagliato ad attaccare i tifosi in conferenza, in quella maniera, ma Lo Monaco stesso sa che i tifosi sono fondamentali. Lo sa bene. E quando si parla di un calcio privo di bandiere, si può ripartire da qui: dai tifosi, senza dubbio, ultime bandiere rimaste, ma anche da Lo Monaco, che può essere bandiera come lo sono i tifosi. Perché in terra etnea ha sempre lavorato nell’interesse del Catania, portando il club rossazzurro dove mai era stato. E quindi sì, bandiera può esserlo. E quando è andato via tutto è sprofondato: perché? Proprio perché come accade quando va via una bandiera, è mancato un punto di riferimento: e infatti dopo ci sono stati “i treni”, legati non al concetto di bandiera, ma solo agli interessi personali. E’ diventato il calcio della notorietà che vogliono tutti: notorietà raggiunta usando anche noi, stampa, per fare rumore a piacimento, a seconda del suono che si vuole dare alla campana. E noi, stampa, anche noi rientriamo nel calcio dei “nonsensi”, prestandoci sempre più spesso alla corrente, a seconda della direzione.

Ma nel calcio dei “nonsense” dobbiamo trovare un senso a quelle bandiere che negli anni hanno fatto la storia, a quei simboli che trascendono le generazioni, a quei ricordi che rimarranno indelebili. In qualche modo dobbiamo resettare: perché continuare a creare muri (muri che ci sono e che sono nati per tanti motivi, sportivi e non) fa solo male. E il nostro non è un semplice richiamo alla serenità: è un richiamo alla riflessione che coinvolge le “componenti”. Nessuna esclusa. Prima o poi bisognerà ripartire: non dimenticare, né ignorare. Ma ripartire sì. Riuscirci, anche nel calcio dei “nonsensi”.