Sant’Aituzza bedda

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Pubblicato: 09:49 - 5 Febbraio, 2014


“Sant’Aituzza bedda, prega per noi”. Nessuno osa mischiare sacro e profano, sia chiaro. Il fercolo è per noi catanesi un veicolo di gioia, amore e passione, nell’estensione naturale dell’accezione originaria del termine: grande sofferenza, spirituale e morale, attraverso la quale è possibile raggiungere vette dell’anima altrimenti impensabili. Eppure diverse squadre, italiane e non, hanno scelto pellegrinaggi in luoghi religiosi nei momenti di difficoltà o alla vigilia di partite importanti, senza compiere atti sacrileghi, solo inseguendo legittimamente la speranza, al confine tra realtà e spiritualità, nel pieno rispetto della cristianità, ammettendo semplicemente la debolezza umana.

Chiedere il miracolo per il raggiungimento di un traguardo sportivo sarebbe fuori luogo se non addirittura blasfemo. Ma alla Santa patrona della città, amata dai cittadini come se fosse un parente stretto e forse di più, ci si aggrappa quasi inconsapevolmente, nelle piccole e nelle grandi difficoltà della vita, rivolgendosi direttamente a Lei o attivando la sola forza del pensiero, nella speranza che, tra le risoluzioni dei molteplici, veri problemi che ostacolano la vita, trovi il tempo anche per la futilità.

Il calcio è certamente classificabile tra le “cose futili”. Ma poi capita che ti ritrovi a passeggiare per le vie del tuo rione e un bimbo sui 10-12 anni che calcia un pallone contro il muro, ti ferma dicendo queste parole: “Tifi Catania? Speriamo che si salvi. Il mese scorso è morta mia mamma, vorrei almeno che la mia squadra del cuore mi regali questa gioia”. Spinesi deve proprio essere rimasto nei cuori dei tifosi rossazzurri, anche dei più piccoli a giudicare dalla maglia che indossava il bimbo dai giganteschi occhi azzurri. Dopo averlo fissato per qualche secondo, esterrefatto e senza parole, sono riuscito a proferire solo un laconico: “Speriamo!”. Il bimbo ha ripreso subito a palleggiare contro il muro, con eccezionale sincronismo dei movimenti, sicuro di sé e assai sciolto, come se la vita gli avesse insegnato già ad essere grande. Allora ecco che il calcio, e la salvezza del Catania in particolare, per quel bambino non rappresentano più una “cosa futile”.

Quando ci sono di mezzo i sentimenti anche un anonimo pallone può svestire i panni di strumento da gioco e indossare un elegante abito da cerimonia per celebrare la gioia di un bambino, quanto di più innocente e puro vi sia nel creato. A S.Agata nessuno chiede che il Catania raggiunga la salvezza, il solo pensiero ci induce a sorridere. Ma la frase pronunciata dal bimbo certamente fa riflettere. Il calcio del businness, delle maxi -squalifiche, delle inibizioni, delle curve chiuse per i “buuu” razzisti e delle combine, non ha nulla a che vedere con il calcio “vero”, quello di strada, tra sassi e polvere, tra smog e asfalto. In questo contesto puro i veri tifosi del Catania, al di là dell’anagrafe, sperano nella salvezza senza appellarsi necessariamente al cielo ma rifugiandosi ogni domenica in un covo sicuro, lontano dai dissesti economici e dalle malattie, almeno per 90 minuti, per non perdere mai l’abitudine di sognare, soprattutto chi vede il buio ancor prima di abbassare le palpebre. Il Catania è evasione, è sfogo delle frustrazioni, è gioia. Lo sarebbe anche in serie B, ci mancherebbe, l’amore non si abbandona mai. Ma al sorriso di quel bimbo se ne aggiungerebbero molte migliaia, di gente comune, grandi e piccini, donne e uomini. Il Catania ci proverà fino all’ultimo, questo è certo. Perché il calcio è una “cosa futile” ma i cuori della gente non lo sono affatto.